Sergio LeoneSergio Leone fu un innovatore nel modo di fare cinema , con le sue inquadrature , il montaggio e il modo di risaltare i personaggi  e con questo film creo un alchimia perfetta che ti inchiodava alla sedia fino alla fine dei titoli di coda... alcune cose che ho raccolto sul web:

Il buono, il brutto, il cattivo. è un film del 1966 diretto da Sergio Leone. Nel cast figurano in particolare, oltre agli altri, attori del calibro di Clint EastwoodEli WallachLee Van Cleef e Aldo Giuffré.

Tra i più celebri film western della storia del cinema, è considerato la quintessenza del fortunato genere spaghetti-western.

Per completare la trilogia del dollaro e per sfuggire ancora una volta al rischio della ripetizione, Sergio Leone aumenta il numero dei protagonisti da due a tre, inserendo anche l'elemento storico della guerra di secessione americana.

Trama

1862. In un villaggio del Nuovo Messico, il bandito Tuco Benedicto Pacifico Juan María Ramírez (il Brutto) esce vittorioso da uno scontro con tre uomini; li ha uccisi tutti meno uno, il quale rimane gravemente ferito alla spalla destra, prossima all'amputazione con tutto il braccio. Ora la taglia su di lui vale ben 2.000 dollari.

In una fattoria, sempre nel sud, vive una famiglia con due figli. Un giorno si presenta alla porta un sicario, conosciuto come "Sentenza" (il Cattivo). Al padrone di casa, Stevens, chiede dove si trova il soldato confederato Jackson e con quale nome si fa chiamare adesso; Stevens comincia il discorso arrivando a parlare di una certa cassa contenente 200.000 dollari che è scomparsa nel nulla, poi chiede a Sentenza quanto sia stato pagato per ucciderlo e gli offre il doppio per uccidere il suo mandante; infine, Stevens rivela sotto quale nome si nasconde Jackson, ovvero Bill Carson. Il sicario ringrazia, lo fredda, si mette in tasca la somma e uccide il figlio maggiore di Stevens prima che questi lo colpisca alle spalle. Quando torna da Baker, il mandante, gli comunica che la missione è compiuta e che ora ha ricevuto un nuovo compito: lo esegue immediatamente uccidendo a sangue freddo Baker.

Nel frattempo, la nuova fuga di Tuco Ramírez dura poco: viene colto di sorpresa da tre cacciatori di taglie, che però vengono freddati da Joe "il Biondo" (il Buono), il quale a sua volta cattura Tuco e lo porta dallo sceriffo. Il Biondo incassa la taglia e il bandito viene immediatamente condannato a morte per impiccagione. Il giorno dell'esecuzione, scatta il piano: il Biondo spara un colpo di fucile che spezza il cappio di Tuco, che nel caos ne approfitta per scappare. I due si ritrovano lontano dal villaggio e si dividono la somma "guadagnata": erano infatti soci e tutto era concordato. Adesso la taglia del bandito è aumentata a 3000 dollari e, proprio come la prima volta, il Biondo lo cattura e poi spara alla fune legata attorno al suo collo, "salvandogli" nuovamente la vita e scappando nel deserto.

I due si ritrovano a 70 miglia dal paese più vicino e qui nasce una discussione: il Biondo, rendendosi conto che il bandito-socio è solo un comune ladruncolo e che quindi la sua taglia non salirà mai a più di 3000 dollari, scioglie la società e decide di lasciarlo da solo nel deserto a piedi, tenendosi la somma incassata. Tuco, però, riesce a sopravvivere e dopo diverse ore di cammino sotto il sole cocente arriva in un paese, stremato ed ansioso di vendicarsi. Si riarma presso l'armeria del signor Milton, ruba un cavallo e si mette sulle tracce dell'ex amico, dopo essersi recato dai suoi tre vecchi soci e aver loro offerto di spartirsi i 4000 dollari totali che il Biondo ha guadagnato grazie a lui. Ben presto lo trova: dopo che il Biondo riesce a freddare gli altri tre banditi che entrano dalla porta nella sua camera d'albergo, viene sorpreso alle spalle da Tuco entrato silenziosamente dalla finestra, che prima lo obbliga a disarmarsi e poi lo costringe ad impiccarsi ad una trave. Questo primo tentativo di vendetta del bandito non va a buon fine in quanto l'albergo dove si trovano viene colpito da una palla di cannone; dopo una caduta, Tuco scopre che il Biondo ne ha approfittato per fuggire, lasciando la corda penzolante sulla trave.

Tuco, allora, si rimette all'inseguimento del Biondo. Ritrovatolo nel deserto lo disarma di nuovo e mette in atto il suo secondo e crudele piano: fargli attraversare il deserto fino a farlo morire per disidratazione, facendogli vedere da vicino una tinozza d'acqua in cui si è lavato i piedi e rovesciandola mentre il Biondo cerca di bervi.

Dopo molte ore, quando il Biondo è al limite del collasso e Tuco sta per freddarlo, quest'ultimo vede una diligenza arrivare verso di loro. Ma i cavalli non sono guidati da nessuno. Tuco li ferma e poi guarda dentro la diligenza: è piena di soldati confederati morti. Mentre Tuco è intento a derubare i morti, uno dei soldati dà ancora segni di vita e dice di chiamarsi Bill Carson, proprio l'uomo ricercato da Sentenza. Il soldato rivela a Tuco che ha seppellito 200.000 dollari nella tomba di un cimitero e gli rivela l'ubicazione, ma chiede più volte dell'acqua prima di rivelare il nome indicato sulla tomba. Quando Tuco ritorna si avvede che il Biondo è accanto a Carson, ormai spirato. Il Biondo ha appreso il nome sulla tomba, per cui adesso ciascuno dei due conosce metà del segreto: sono quindi legati l'uno all'altro. Tuco, perciò, deve per forza dare da bere al Biondo e rinunciare ai suoi propositi di vendetta se vuole mettere le mani sui 200.000 dollari.

Impossessatosi della diligenza e delle uniformi dei soldati confederati morti, Tuco prende l'identità di Bill Carson e porta il Biondo, quasi morente, presso un forte confederato; dato che questo non ha più posti, gli viene consigliato di far curare l'amico in unamissione cattolica. Mentre il Biondo si rimette in sesto, Tuco incontra il fratello Pablo, che si è fatto frate, e i due hanno una discussione durante la quale ognuno rinfaccia all'altro gli errori della propria vita. Dopo aver lasciato la missione, Tuco e il Biondo, ancora vestiti da soldati confederati, scorgono all'orizzonte un gruppo di soldati molto distanti da loro. Tuco, notando leuniformi grigie, pensa che siano confederati, quindi li saluta a gran voce. Quando questi si avvicinano, il loro capo si pulisce l'uniforme, rivelando sotto la polvere il colore blu dei soldati dell'Unione. Tuco e il Biondo vengono dunque catturati e portati in un campo nordista.

Sentenza intanto ha seguito le tracce di Bill Carson fino al campo di prigionia ed è ora in forza all'Unione come sergente. Tuco si è fatto passare per Carson, ma Sentenza lo smaschera subito, avendo in passato assistito a una delle tentate impiccagioni del bandito. Con l'aiuto del caporale Wallace tortura Tuco finché non scopre il nome del cimitero. Quando però viene a sapere che solo il Biondo conosce il nome della tomba, cambia tattica. Lo convoca e gli propone un'alleanza: accompagnati da altri 5-6 pistoleri, i due lasciano il campo alla ricerca dell'oro. Intanto Tuco, in manette, viene trasportato su un treno assieme ad altri prigionieri di guerra sudisti ma riesce a fuggire, uccidendo il caporale Wallace e gettandosi con lui dal treno in corsa; i due sono ancora ammanettati e Tuco riesce a liberarsi facendo tranciare le catene dalle ruote di un secondo treno di passaggio. Nel paese più vicino, devastato dal fuoco incrociato dei cannoni dei due eserciti, Tuco incontra il cacciatore di taglie Elam, che aveva ferito all'inizio del film, il quale cerca vendetta. Appena Tuco spara al cacciatore di taglie, il Biondo, che era arrivato nello stesso paese in compagnia di Sentenza, riconosce il suono della pistola e lo va a cercare. Trovatolo, rifonda la società per uccidere Sentenza. I due riescono a far fuori i suoi scagnozzi, ma il capo riesce a scappare.

Tuco e il Biondo, nel viaggio verso il cimitero, assistono a una battaglia tra unionisti e confederati che si stanno contendendo unponte di grande valore strategico, il ponte di Langstone. Catturati dall'esercito Nordista, decidono di arruolarsi dopo aver parlato con il capitano Clinton, comandante della compagnia. Quest'ultimo, palesemente ubriaco, rivela ai due un suo personale piano per far cessare l'inutile massacro di entrambi gli schieramenti: solo distruggendo l'oggetto della contesa, il ponte appunto, si porrebbe fine alla carneficina, e il momento migliore sarebbe durante la tregua per raccogliere i feriti tra un assalto e l'altro. Poiché il cimitero è dall'altra parte del ponte, i due decidono di farlo esplodere per indurre i soldati ad andarsene. Mentre stanno caricando gli esplosivi, decidono di dire ognuno all'altro la propria metà del segreto: Tuco rivela che il cimitero si chiama Sad Hill e il Biondo dice che il nome sulla tomba è Arch Stanton.

Dopo aver fatto esplodere il ponte, i due eserciti come previsto si ritirano e i due soci arrivano finalmente sull'altra riva del fiume, procedendo fino ad arrivare nei pressi del cimitero. Mentre il Biondo si distrae vicino alle rovine di una chiesa, dove assiste in silenzio agli ultimi istanti di vita di un giovane soldato gravemente ferito, Tuco ne approfitta, si mette in sella a un cavallo e scappa, entrando finalmente nel cimitero.

Una volta individuata la tomba, il Brutto inizia a scavare furiosamente: prima che possa trovare qualcosa, però, viene raggiunto dal Biondo, che gli punta una pistola e gli intima di scavare con una pala. Arriva, a questo punto, Sentenza che, dopo aver gettato ai due una seconda pala, ordina al Biondo di scavare insieme al compagno; la cassa portata alla luce, però, contiene solo ossa.

Il Biondo, allora, dice che scriverà su di una pietra il nome della tomba dov'è veramente sotterrato il tesoro e che, per conoscerlo, gli altri due "se lo dovranno guadagnare"; i tre si spostano quindi in un largo spiazzo al centro del cimitero per dar vita al triello che concluderà il film. Il Biondo colpisce a morte Sentenza, e anche Tuco cerca di sparare nella direzione di Sentenza, ma non riesce: il Biondo infatti gli ha scaricato la pistola la notte prima. Sulla pietra, inoltre, non c'è scritto nulla, perché il tesoro è seppellito in una tomba senza nome accanto a quella di Stanton. Il Biondo costringe Tuco a scavare e, trovato il denaro, continua a minacciarlo con la pistola, facendolo salire in piedi sulla croce della tomba e a costringendolo a infilare il collo in un cappio fissato a un albero. Si prende dunque la sua metà di bottino e cavalca lontano, mentre Tuco che ha sempre più difficoltà a rimanere in equilibrio con i piedi per non penzolare, grida aiuto. Proprio quando sembra che Tuco debba scivolare e rimanere impiccato, da una distanza notevole il Biondo spara un colpo (con un fucile Sharps da caccia al bisonte di Sentenza) sulla corda del cappio, come faceva ai vecchi tempi, salvando l'ex compagno che cade a terra ma vivo. Poi galoppa via con la sua metà dei 200.000 dollari, lasciandosi dietro Tuco che inveisce, a gran voce, contro di lui.

Produzione

Dopo il successo di Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più, i dirigenti della United Artists contattarono lo sceneggiatore dei film, Luciano Vincenzoni, per acquistare i diritti delle precedenti pellicole e del prossimo western. Lui, il produttore Alberto Grimaldi e Sergio Leone non avevano un progetto, difatti Leone non aveva intenzione di fare un altro western; anche attirato dall'enorme somma di denaro (che gli avrebbe permesso di vivere di rendita per il resto della vita) accettò la proposta, senza alcuna idea in lavorazione. Per sua fortuna, Vincenzoni propose l'idea di un "film su tre manigoldi che cercano dei tesori al tempo della Guerra Civile americana."[3] Lo studio accettò, ma voleva sapere il costo del film: Vincenzoni e Grimaldi trovarono un accordo con la United Artists per 1 milione di dollari di budget, più il 50% degli incassi dei botteghini al di fuori dell'Italia. Il budget totale sarà all'incirca di 1,3 milioni di dollari, una cifra stratosferica se si pensa alle precarie condizioni che Leone aveva affrontato solo due anni prima.

Vi sono tre diverse versioni dei fatti, Luciano Vincenzoni racconta così l'evento:

« Telefonai a Parigi, al vicepresidente della United Artists, il mio amico Ilya Lopert, che venne a Roma con tutto lo staff. Li portai al Supercinema, fortunatamente era un giorno in cui avevano rotto la cassa. C'erano tremila persone. Videro il film in un tripudio di risate e di applausi e vollero andare subito al Grand Hotel a firmare il contratto. Pagarono come minimo garantito una cifra che era tre volte superiore alle più rosee previsioni del produttore. Come usano gli americani, la prima cosa che dissero quando firmarono il contratto fu: "Adesso crosscollateralizziamo, compensiamo profitti e perdite con il prossimo film; qual è il prossimo?" Non avevamo un progetto. Col tacito assenso di Leone e Grimaldi, cominciai a inventare. "Un film su tre mascalzoni che corrono dietro a un tesoro attraversando la guerra civile, un po' nello spirito della Grande Guerra, che voi avete distribuito in America". E quelli subito: "Lo compriamo: quanto costa?", senza che ci fosse un soggetto scritto, solo sulle parole. Io quindi mi rivolsi a Leone e chiesi: "Quanto?". Leone disse: "Cosa, quanto?". Gli dissi: "Il film che gli ho appena venduto". Onestamente, era un miracolo, senza una storia, solo facendo un po' di scena. Grimaldi e Leone mi chiesero: "Cosa gli hai detto?". Io dissi: "Una storia sulla guerra civile con tre attori; ditemi la cifra". Grimaldi disse: "Beh, che ne dici di ottocentomila dollari?". Io risposi: "Facciamo un milione". Mi volsi verso Lopert e dissi: "Un milione di dollari". Lui mi rispose: "Affare fatto".[5][6] »

Secondo quanto ricorda Sergio Donati, però, le trattative con la United Artists furono diverse:

« Grimaldi era pronto a vendere i diritti di Per qualche dollaro in più negli Stati Uniti e in Canada. E esattamente in quello stesso periodo Luciano Vincenzoni collaborava con Ilya Lopert ed era un ottimo amico di Arnold e David Picker della United Artists. Erano a Roma. Lui convinse Lopert a portare quelli della UA a una grande proiezione di Per qualche dollaro in più...e Luciano riuscì davvero a vendere il film alla United Artists e ci guadagnò il 10 per cento di tutti i profitti e anche una percentuale su quello successivo, Il buono, il brutto, il cattivo".[3] »

La versione dei fatti di Sergio Leone è diversa. Egli infatti ritiene che l'idea di fondo del film sia unicamente sua, facendo notare che il film era stato concepito come il naturale prosieguo dei due precedenti western:

« Non sentivo più tutta quella pressione per offrire al pubblico un diverso tipo di film. Ora potevo fare esattamente il film che volevo...fu mentre riflettevo sulla storia di Per qualche dollaro in più, e su ciò che la faceva funzionare, sulle diverse motivazioni di Van Cleef e di Eastwood, che trovai il nucleo del terzo film... Da sempre pensavo che il buono, il cattivo e ilviolento non esistessero in senso assoluto e totalizzante. Mi sembrava interessante demistificare questi aggettivi nell'ambientazione di un western. Un assassino può fare mostra di un sublime altruismo, mentre un buono è capace di uccidere con assoluta indifferenza. Una persona in apparenza bruttissima, quando la conosciamo meglio, può rivelarsi più valida di quanto sembra - e capace di tenerezza... Incisa nella memoria avevo una vecchia canzone romana, una canzone che mi sembrava piena di buon senso comune: È morto un cardinaleche ha fatto bene e male. Il mal l'ha fatto bene e il ben l'ha fatto male. In sostanza era questa la morale che mi interessava mettere nel film" »

Sceneggiatura

 

Il regista Sergio Leone durante le riprese di un altro suo film, C'era una volta in America

Mentre Sergio Leone sviluppava tutte le sue idee in una sceneggiatura vera e propria, Vincenzoni raccomandò di lavorare con un team di scrittura sceneggiati composto da Agenore Incrocci e Furio Scarpelli, amministrati dallo stesso Leone e da Sergio Donati. Leone, a questo proposito, disse: "Il contributo dei due sceneggiatori era un disastro. Erano battute e nient'altro. Non potei usare nemmeno una delle cose scritte da loro. Fu la peggiore delusione della mia vita. Mi toccò riprendere in mano il copione con alcuni negri (si riferisce a Sergio Donati)" Donati concorda, aggiungendo: "Nella versione finale del copione non è rimasto praticamente nulla che abbiano scritto loro. Avevano scritto solo la prima parte. Una riga appena. Erano lontanissimi dallo stile di Leone. Da parte sua, quella di tirarli dentro era stata una scelta tipica. Aveva bisogno di provare qualcosa di nuovo. E fu una sofferenza. Più che un western, Age e Scarpelli avevano scritto una specie di commedia ambientata nel West. Lo stesso Furio Scarpelli descrisse come fatale il suo incontro con Leone]Vincenzoni dichiarò di aver scritto la sceneggiatura in undici giorni, ma ben presto lasciò il progetto in quanto i rapporti con Leone andavano deteriorandosi: si dedicò dunque a due western con registi diversi, Il mercenario (1968) di Sergio Corbucci e Da uomo a uomo(1967) di Giulio Petroni. I tre personaggi principali contengono tutti elementi autobiografici del regista. In un'intervista, disse:

« Nel mio mondo, sono gli anarchici i personaggi più veri. Li conosco meglio perché le mie idee sono più vicine alle loro. Io sono fatto di tutti e tre. Sentenza non ha anima, è un professionista nel più banale senso del termine. Come un robot. Non è questo il caso degli altri due personaggi. Considerando il lato metodico e cauto del mio carattere, sono simile al Biondo: ma la mia profonda simpatia andrà sempre dalla parte di Tuco... sa essere toccante con tutta quella tenerezza e umanità ferita. Ma Tuco è anche una creatura tutto istinto, un bastardo, un vagabondo. »

Il film dunque si basava su tre ruoli, arlecchinopicaro e cattivo. Leone fu inoltre molto attratto dalle idee che scaturivano nella realizzazione del film:

« Ciò che mi interessava era da un lato demistificare gli aggettivi, dall'altra mostrare l'assurdità della guerra... la Guerra Civile nella quale i personaggi si imbattono, dal mio punto di vista, è inutile, stupida: non è portata avanti per una giusta causa. La frase chiave del film è quella di un personaggio (il Biondo) che commenta la battaglia del ponte: "Mai visto morire tanta gente... tanto male". Faccio vedere un campo di concentramento nordista... ma in parte stavo pensando ai campi nazisti, con le loro orchestre di ebrei. »

Egli raccontò inoltre una vecchia storia a proposito della guerra: "Volevo mostrare l'imbecillità umana in un film picaresco insieme alla realtà della guerra. Lessi da qualche parte che 120.000 persone morirono nei campi sudisti come Andersonville, ma da nessuna parte venivano citati gli stermini dei campi di prigionia nordisti. Si sente sempre parlare del comportamento vergognoso dei perdenti, mai dei vincitori. Così decisi di mostrare lo sterminio in un campo nordista. Agli americani questo non piacque... la guerra civile americana è un soggetto quasi tabù, perché la sua realtà è folle e incredibile. Ma la vera storia degli Stati Uniti è stata costruita su una violenza che né la letteratura né il cinema avevano mai mostrato come si deve. Personalmente tendo sempre a contrastare la versione ufficiale degli eventi - senza dubbio questo si deve al fatto che sono cresciuto sotto il fascismo. Ho visto in prima persona come si possa manipolare la storia, per cui metto sempre in dubbio quello che viene divulgato. Per me è diventato un riflesso incondizionato." Il campo di prigionia dove vengono portati il Biondo e Tuco è basato proprio sui bassorilievi d'acciaio di Andersonville realizzati nell'agosto del 1864, quando erano presenti circa 35.000 prigionieri. In aggiunta a ciò, alcune scene esterne del film furono influenzate dall'archivio fotografico di Mathew B. Brady. Van Cleef ricordò, a questo proposito: "Il campo di prigionia che Sergio aveva costruito non era niente di che - solo poche case e un sacco di steccati. Ed era sovraffollato, ma ti dava l'impressione che durante la guerra civile dovesse essere proprio così. Era come alcune immagini che avevo visto di Andersonville... proprio come una fotografia di Brady."

Riguardo l'ambientazione del film, Sergio Leone disse:

« Gli autori americani dipendono troppo da altri sceneggiatori e non approfondiscono a sufficienza la loro stessa storia. Nel preparare Il buono, il brutto, il cattivo scoprii che durante la guerra civile, in Texas c'era stata una sola battaglia, il cui vero obiettivo era la proprietà delle miniere d'oro del Texas. Lo scopo della battaglia era di impedire al Nord (o al Sud) di mettere per primo le mani sull'oro. Così, mentre ero a Washington, cercai di trovare ulteriore documentazione su questo avvenimento. Il bibliotecario, lì alla Biblioteca del Congresso, la più grossa biblioteca del mondo, mi disse: "Credo che si sbagli. Il Texas, dice, signore? Deve esserci un errore. In America nessuno ha mai combattuto una battaglia per le miniere d'oro, e in ogni caso la guerra civile non è mai arrivata al Texas. Torni fra due o tre giorni e le farò qualche controllo. Ma sono sicurissimo che si sbaglia". Beh, ritornai dopo due o tre giorni, e questo tizio mi guardò come se avesse visto un fantasma. "Ho qui otto libri", disse, "e tutti fanno riferimento a questo particolare avvenimento. Come diavolo faceva lei a saperlo? Lei legge solo l'italiano, perciò come ha fatto a scoprirlo? Adesso capisco perché voi italiani fate film così straordinari. Sono vent'anni che sono qui, e non c'è stato un solo regista americano che si sia mai preoccupato di venire a informarsi sulla storia del West". Beh, adesso ho anch'io una biblioteca enorme - a Washington, per otto dollari, ti fotocopiano un libro intero! »

Il regista non esitò a inserire elementi personali a proposito della guerra: la percezione del Biondo e di Tuco riguardo alla guerra è la stessa percezione del regista, e gli sguardi dei due protagonisti nel campo di battaglia sintetizzano ciò che il regista voleva trasmettere. Inoltre, tramite degli espedienti evidenzia i contrasti nelle scene di guerra, criticando e al tempo stesso satirizzando la Guerra Civile: Tuco e il Biondo sono infatti tra i pochissimi che non indossano abiti militari durante la battaglia per il ponte e che nel marasma generale della guerra dimostrano un'umanità tale da far vacillare i propri personaggi.

Il titolo iniziale del film era "I due magnifici straccioni" ma fu cambiato appena prima di iniziare a girare il film, quando Vincenzoni ebbe in sogno il titolo "Il buono, il brutto, il cattivo", che piacque subito a Leone.

Clint Eastwood ("Il biondo", il buono]

Il Buono, l'Uomo senza nome, un flemmatico, arrogante cacciatore di taglie che compete con Tuco e Sentenza alla ricerca dell'oro sotterrato nel bel mezzo della guerra civile americana. "Il Biondo" e Tuco hanno una relazione di odio-amore: Tuco conosce il nome del cimitero dove è nascosto l'oro, ma "il Biondo" conosce il nome della tomba dove è sotterrato. Ciò li costringe a lavorare insieme aiutandosi a vicenda. Nonostante questa avida ricerca, la pietà del "Biondo" verso i soldati morti nella caotica carneficina della guerra è evidente. "Non ho mai visto tanta gente morire tanto male" afferma, salvo subito dopo cercare cinicamente di strappare il nome del cimitero a Tuco. Clint Eastwood incarna quello che è forse il personaggio maggiormente riuscito di Sergio Leone: alto, laconico, un micidiale pistolero curato nei minimi dettagli. Molto importante è inoltre la presenza del sigaro, uno dei simboli di questo film: Clint Eastwood ne ha in bocca uno praticamente sempre e l'accende ripetutamente. Tuttavia Leone introduce un personaggio a metà tra il classico cacciatore di taglie e il bandito, ispirandosi ai grandi classici come le tragedie greche e le opere di Shakespeare. Inoltre per sua stessa ammissione il personaggio di Clint Eastwood risente molto dello stile di grandi autori latini come Plauto e Terenzio Sergio Donati disse di lui:

« Dei tre, Clint Eastwood è senz'altro quello che più somiglia ai propri personaggi: chiuso, taciturno, ironico. Diventa umano solo davanti a un piatto di spaghetti: eccetto Bud Spencer non ho più visto un altro attore capace come lui di farsene regolarmente tre doppie porzioni. Ma lui non ingrassa, maledetto. »

Rawhide si concluse nel 1965 e a questo punto nessuno dei film italiani di Clint Eastwood è uscito in America. Quando Leone gli offrì un ruolo nel suo prossimo film, quella era l'unica offerta che l'attore aveva ricevuto, ma lui non era ancora convinto: riteneva infatti che il ruolo di Tuco fosse più importante del suo, e quindi voleva ridimensionarlo. Leone cercò di convincerlo: "Ci mancò poco che non facesse la parte del "Biondo". Dopo aver letto il copione trovò in effetti che il ruolo di Tuco fosse troppo importante, che fosse il migliore dei due ruoli. Tentai dunque di ragionarci: "Il film è più lungo degli altri due. Non puoi essere tutto solo. Tuco è necessario per la storia, e resterà come ho voluto che fosse. Devi capire che è il comprimario... e il momento in cui appari tu, è la star che fa la sua apparizione."]Eastwood però non fu convinto, dunque Leone, insieme con la moglie, dovette andare in California per tentare una mediazione. La moglie del regista, Carla, ricorda perfettamente: "Clint Eastwood con sua moglie Maggie venne al nostro albergo... io spiegai che il fatto che avesse al suo fianco altri due grandi attori non avrebbe potuto che rafforzare la sua statura. A volte anche una grande star che interpreta un ruolo più piccolo insieme ad altri grandi attori può trarre vantaggio dalla situazione. A volte fare un passo indietro voleva dire farne due avanti. Mentre le due mogli parlavano, Eastwood e Leone si scontrarono duramente e il loro rapporto iniziò a incrinarsi. Leone disse: "Se interpreta la parte ne sarò felicissimo. Ma se non lo fa - beh, visto che sono stato io a inventarlo - domani dovrò inventarne un altro come lui." Dopo due giorni di trattative l'attore accettò di fare il film e volle essere pagato 250.000 $ più il 10% dei profitti dei botteghini in tutti i territori occidentali , un accordo che non trovò contento Leone.

Nel film il personaggio di Clint Eastwood viene chiamato con il suo soprannome, il Biondo, in quanto nessuno conosce il suo vero nome. Nella sceneggiatura del film, comunque, ci si riferisce a lui con il nome di Joe.

Eli Wallach (Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez, il brutto)

Il Brutto, Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramírez è un comico, goffo, loquace bandito ricercato dalle autorità per rapina a mano armata in banca e omicidio. Tuco riesce a scoprire il nome del cimitero dove è sepolto l'oro, ma non conosce il nome della tomba: solo "il Biondo" lo sa. Questo stato di cose obbliga i due a diventare compagni di viaggio. Leone, a proposito della scelta di Wallach, disse: "Tuco rappresenta, come più tardi Cheyenne, tutte le contraddizioni dell'America, e in parte anche le mie. Avrebbe voluto interpretarlo Gian Maria Volontè, ma non mi sembrava una scelta giusta. Sarebbe diventato un personaggio nevrotico, e io invece avevo bisogno di un attore dal naturale talento comico. Così scelsi Eli Wallach, di solito impegnato in parti drammatiche. Wallach aveva in sé qualcosa di chapliniano, qualcosa che evidentemente molti non hanno mai capito. E per Tuco fu perfetto. Alla fine, dunque, Leone scelse Eli Wallach basandosi sul suo ruolo nel film La conquista del West (1962). In particolare, Leone fu molto colpito dall'interpretazione nella famosa scena La Ferrovia.Il regista a questo proposito dirà a Oreste De Fornari, nella sua biografia: "Eli Wallach l'ho preso per un gesto che fa nellaConquista del West, quando scende dal treno e parla con Peppard. Vede il bambino, figlio di Peppard, si volta di scatto e gli spara con le dita facendogli una pernacchia. Da quello ho capito che era un attore comico di estrazione chapliniana, un ebreo napoletano: si poteva fare tutto con lui. Infatti ci siamo molto divertiti a stare insieme." I due si incontrarono a Los Angeles, ma l'attore fu scettico a interpretare di nuovo quel tipo di personaggio: dopo però che gli fu mostrata la sequenza di apertura di Per qualche dollaro in più, disse: "Per quando mi vuoi?" I due andarono d'amore e d'accordo, condividendo lo stesso bizzarro senso dell'umorismo. Leone permise a Wallach di effettuare dei cambi al suo personaggio in termini di messa in scena e riguardo alle sue gestualità ricorrenti; l'abbigliamento di Tuco è stato infatti scelto da Wallach stesso. Fu l'attore, inoltre, a proporre il ricorrente segno della croce del personaggio Tuco. Eli Wallach ricorda con poche parole il suo lavoro con Van Cleef: "Il ricordo principale del mio lavoro con Van Cleef è che era da poco divenuto l'orgoglioso possessore di una Mercedes nuova." Di tutt'altra entità è stato invece il rapporto con Eastwood: "Ero molto grato a Clint, tirò fuori idee e particolari che resero il mio personaggio ancora migliore... sul set non parlava granché, ma era un osservatore molto acuto. Disse che questo era il suo terzo film in Italia e che sarebbe tornato negli Stati Uniti per mettere a fuoco la sua carriera lì, e fece proprio così." Sia Eastwood che Van Cleef capirono che il personaggio di Tuco stava molto a cuore al regista, difatti Leone e Wallach divennero ottimi amici anche al di fuori del set. Van Cleef osservò:

« Tuco è l'unico dei tre del quale il pubblico conosce il retroscena. Incontriamo suo fratello, capiamo da dove viene e perché è diventato un bandito. Ma il personaggio di Clint e il mio rimangono misteriosi... era chiaro che il pubblico avrebbe preferito il personaggio di Wallach. »

Lee Van Cleef (Sentenza, il cattivo)

Il Cattivo, uno spietato insensibile sicario chiamato "Sentenza". Quando "il Biondo" e Tuco vengono catturati mentre erano camuffati da soldati confederati, Sentenza è il sergente dell'Unione che li interroga e che tortura Tuco, scoprendo il nome del cimitero dove è sepolto l'oro, ma non la tomba. Egli forma dunque una fugace alleanza con "il Biondo", ma i due ex compagni si coalizzano contro di lui appena possono. L'espressione cupa e sempre pensierosa, gli occhi socchiusi rendono Sentenza lo stereotipo ideale del cattivo. Originariamente Leone per il ruolo di Sentenza aveva pensato a Charles Bronson, che però stava già interpretando Quella sporca dozzina (1967). Leone pensò quindi di lavorare di nuovo con Lee Van Cleef:

« Sapevo che Van Cleef aveva già interpretato un ruolo romantico in Per qualche dollaro in più. L'idea di fargli interpretare un personaggio che fosse l'opposto di quello mi intrigava. »

Lee Van Cleef ricordava: "Sul primo film non potevo trattare, visto che non riuscivo nemmeno a pagare il conto del telefono. Feci il film, pagai il conto del telefono ed esattamente un anno dopo, il 12 aprile del 1966, fui chiamato di nuovo per fare Il buono, il brutto, il cattivo. E insieme a questo, feci anche La resa dei conti. Ma ora, invece di fare seventeen thousand dollars, ne stavo facendo a hundred e qualcosa, merito di Leone, non mio." L'attore aveva una strana paura per i cavalli, e chiaramente non sapeva montare. Donati disse: "Gli dettero un morellino docile e ammaestrato come una bestia da circo (se ci fate caso, in altre scene lo monta anche Wallach, altro stracittadino negato per la sella). Ma per farlo salire in groppa ci voleva una sedia (giuro) e un uomo che reggesse l'animale. E dopo anche scendere, ovviamente, era analoga tragedia."

Lee Van Cleef inoltre, pur interpretando il cattivo nella maggioranza dei suoi film, era un uomo molto mite, che contrastava nettamente con i suoi personaggi. Anche qui si nota la bravura dell'attore a impersonare così bene dei ruoli così diversi dalla sua personalità. Donati ancora rivela un aneddoto: "[Ne Il buono, il brutto, il cattivo] doveva prendere a schiaffi una prostituta, e non riusciva neanche a far finta. L'attrice, che era Rada Rassimov, gli diceva «Ma dai, non ti preoccupare anche se ti scappa una sberla vera, non m'importa, picchiami...» Lui spiegava arrossendo che proprio non gli riusciva di alzare le mani su una donna, era più forte di lui."] Anche in questo film Lee Van Cleef indossalenti a contatto colorate: difatti dalla nascita ha un occhio di colore verde e l'altro di colore blu: questa caratteristica veniva camuffata in tutti i suoi film, ma ne Il buono, il brutto, il cattivo è possibile notare la sfumatura di colore diversa grazie ai frequenti primi piani a opera di Leone.

Regia

Il film fu realizzato con l'approvazione del regime franchista e l'assistenza tecnica dell'esercito spagnolo. Il cast includeva inoltre 1500 soldati locali. Nel 1973 Eastwood ricordava:

« In Spagna non gliene importa nulla di ciò che fai. Gli importerebbe se stessi facendo una storia sugli spagnoli o sulla Spagna. In quel caso ti starebbero col fiato sul collo, ma era curioso il fatto che a loro non importava che tu stessi facendo un western che dovrebbe essere ambientato a ovest del Mississippi o in Messico, o meglio, non meno di quanto gli importasse la storia del film. »

Sul set del film Leone viene affiancato da un giovane Giancarlo Santi, che ricoprirà il ruolo di aiuto regista. Santi, intervistato al Festival di Torella dei Lombardi nel 2006, disse:

« Sergio voleva conoscermi e aveva i pezzi della pellicola di Per qualche dollaro in più quando l'ho incontrato in moviola. Abbiamo simpatizzato subito, mi ha chiamato per il progetto e scaraventato in Spagna dal marzo all'agosto '66, il periodo più bello della mia vita. Il buono, il brutto, il cattivo si lasciò alle spalle le storie limitate dei primi due western, aveva maggior respiro epico, etico e storico. Imparai anche come si gestisce un budget, perché Leone era un grande imprenditore. »

Per la prima volta Tonino delli Colli fu il direttore della fotografia di un film di Sergio Leone. A proposito della loro collaborazione, delli Colli disse: "C'è stato un punto di partenza, un principio estetico: in un western non si possono mettere tanti colori. Abbiamo tenuto le tinte smorzate: neromarrone, bianco corda, dato che le costruzioni erano in legno e che i colori del paesaggio erano piuttosto vivi." Eli Wallach ricorda che Leone si ispirava, riguardo alla luce e alle ombre, a Vermeer e Rembrandt.

Mentre le riprese del film procedevano senza particolari intoppi, la notizia che il nuovo western di Sergio Leone era in produzione fece subito il giro del mondo. Il regista però si poneva in netto contrasto rispetto alle regolette della coproduzione fra Italia e Spagna del film, e si schierò apertamente contro di esse durante un'intervista per Il Messaggero datata 24 maggio 1966. Leone disse: "Sì, adesso posso fare quello che voglio. Ho firmato un contratto favoloso con la United Artists. Sono padrone di scegliere quello che voglio, soggetti, attori, tutto. Mi danno quello che voglio, mi danno. Solamente i signori burocrati del cinema italiano cercano di mettermi i bastoni fra le ruote. Loro fanno i film a tavolino col bilancino del farmacista. Quattro attori e mezzo italiani, due virgola cinque spagnoli, uno americano. No, gli ho detto, voi i film me li dovete far fare come voglio io, oppure me ne vado in America o in Francia, dove mi aspettano a braccia aperte!"

Durante le riprese del film, comunque, vi furono diversi episodi di rilievo; Wallach fu quasi avvelenato quando accidentalmente bevve da una bottiglia di acido lasciata da un tecnico vicino alla sua bottiglia di soda: egli menzionò questo fatto nella sua autobiografia e si lamentò affermando che nonostante Leone fosse un brillante regista, era completamente noncurante sulle misure di sicurezza degli attori durante le scene pericolose. L'attore fu in pericolo in un'altra scena, nella quale stava per essere impiccato dopo che fu sparato un colpo di pistola e il cavallo sotto di lui stava per scappare dalla paura. Mentre la corda intorno al collo di Wallach si ruppe, il cavallo si imbizzarrì e corse per circa un miglio con l'attore ancora su di esso e le sue mani legate sul dorso. La terza volta nella quale Wallach rischiò la vita fu durante la scena nella quale lui e Brega dovevano saltare dal treno in movimento. Il salto andò bene, ma la vita di Wallach fu in pericolo quando il suo personaggio doveva rompere la catena che lo legava all'altro personaggio, ormai morto. Tuco mise il corpo di Wallace sui binari, facendo passare il treno sulla catena rompendola. Wallach, e presumibilmente tutto il cast, non si era accorto dei gradini di metallo che sporgevano di circa 30 cm da ogni vagone: se l'attore si fosse alzato dalla sua posizione al momento sbagliato, uno dei gradini sporgenti l'avrebbedecapitato. Successivamente Leone chiese a Wallach di rifare la scena, ma quest'ultimo disse che non l'avrebbe mai più fatta in vita sua.

Il film è stato girato in Spagna, facendo uso di numerose location. Tra i sopralluoghi e le riprese passarono diverse settimane, e sorse un problema nel sito scelto per le riprese della "scena del ponte". Alla prima ispezione, l'acqua nel fiume (il Rìo Arlanza, un torrente che "interpreta" il Rio Grande) era alta circa 1,20 m, perfetta per le necessità del film. All'arrivo della troupe, il fiume però si era sgonfiato, diventando un rigagnolo di soli 20 cm. Per ovviare al problema più a valle della zona delle riprese venne costruita una digatemporanea, grazie anche all'aiuto di una compagnia di genieri dell'esercito spagnolo, riportando l'acqua al livello richiesto.

Il ponte nel film dovette però essere costruito ben due volte. Leone voleva un ponte vero, pietra e legno, perfettamente transitabile. Ci vollero circa 15 giorni per costruirlo la prima volta, ma quando lo si dovette far esplodere iniziarono i problemi. Sergio Donati ricorda:

« Il miglior "artificiere" del cinema allora era Baciucchi, a "living legend": ma non aveva mai avuto a che fare con un botto di quelle dimensioni. Mise una trentina di cariche di tritolo, ma ogni volta l'esplosione delle prime mandava a puttane il resto dei contatti elettrici, così il ponte non saltava tutto in una volta come voleva Sergio. »

Per ovviare a questo problema si dovette dunque chiedere aiuto ai genieri dell'esercito spagnolo. Raggiunse dunque la troupe una vera e propria squadra di specialisti comandati da un capitano dell'esercito. Furono sistemate tutte le cariche, e le macchine da presa furono poste a diversi angoli del ponte. Durante il conto alla rovescia, al "meno dieci" il capitano dell'esercito confuse una parola detta da un tecnico delle cineprese con il segnale di far esplodere il ponte. Si riuscì dunque a riprendere solo alcuni passaggi del crollo. Eli Wallach ricorda così l'accaduto: "C'erano tre postazioni di macchina, una molto vicina, e un'altra molto lontana. L'uomo che aveva sistemato gli esplosivi per questa scena era un capitano dell'esercito spagnolo. Il responsabile degli effetti speciali gli aveva detto che averlo sul set ad aiutare la troupe era un grande onore, e quindi l'onore di premere il pulsante per far saltare il ponte spettava a lui. Il capitano disse "No, non voglio farlo io", ma quello degli effetti speciali rispose "Ma sì, basta che ascolti e quando io dico Vaya!schiacci il pulsante". Mentre si svolgeva questa scena uno degli assistenti disse al responsabile degli effetti speciali "Vuoi che vada a mettere una delle macchine piccole laggiù?" e lui rispose "Sì, vai, benissimo". Il capitano sentì la parola vai e premette il pulsante. Leone era furioso. "Adesso lo ammazzo" diceva. "Lo licenzio seduta stante... è licenziato!". Disse questo al capitano, e la risposta fu "Ricostruirò io il ponte, ma non fucili quest'uomo."[11] Sergio Donati racconta ancora: "Il ponte fu completamente ricostruito in una notte e la mattina seguente fu fatto saltare in aria di nuovo, questa volta con tutte le macchine da presa in funzione. Però il primo botto era il migliore, tant'è vero che tutte le inquadrature della ricaduta macerie montate nel film sono prese dai "tagli" del primo errore." I problemi con la scena del ponte non finirono qui: sia Eastwood sia Wallach rischiarono di essere travolti dall'esplosione. Eastwood osservò: "Se io e Wallach ci fossimo trovati nel punto stabilito da Leone, con tutta probabilità ora non sarei qui a raccontarvelo." Fu proprio Eastwood che insistette per adottare una posizione più sicura, in tutta tranquillità. Nonostante ciò, solo per un caso fortuito non venne colpito da un grosso frammento di pietra, proiettato dall'esplosione a meno di un metro dalla sua testa, come si può chiaramente notare rivedendo la sequenza. Anche qui emerge la scarsa sicurezza adottata da Leone nei suoi film, tanto da indurre Eastwood a consigliare a Wallach di "non fidarsi mai di nessuno in un film italiano." Molti critici avvertono ech ikeatoniani in questa scena e Leone non smentisce di aver preso ispirazione dal film Come vinsi la guerra del 1927.

La preparazione del triello finale e del cimitero ha richiesto una cura maniacale e un grande impegno da parte di scenografi italiani e spagnoli, coordinati dall'allora aiuto scenografo Carlo Leva. Leone, in una giornata di pausa dalle riprese, andò a vedere come procedevano i lavori e impressionato dalla precisione del lavoro di Leva, gli ricordò che nella scena finale si sarebbero dovute vedere delle ossa nella bara e che pretendeva ossa vere. Dopo un primo fallimento con una ricerca tra i medici e le autorità locali, Leva venne a sapere da un decoratore che a Madrid una donna affittava lo scheletro della madre, che in vita era stata attrice e aveva lasciato disposizione di usare il suo corpo per "recitare anche dopo la morte". In auto, si recò a Madrid dove ritirò lo scheletro perfettamente conservato, esattamente quello che compare nella bara. Sempre nella scena del cimitero, Leone per ottenere un genuino effetto di stupore in Eli Wallach mentre questo corre tra le tombe, lasciò libero un cane facendolo correre attraverso il set. Riguardo alla scena del cimitero, lo scenografo e costumista Carlo Leva ricorda:

« Per Il buono, il brutto, il cattivo Carlo Simi mi disse di cercare un posto adatto dove girare la scena finale, ambientata in un cimitero di guerra, e ovviamente di prepararla secondo unbozzetto che avevo disegnato in precedenza. Eravamo in Spagna. Nei pressi di Burgos scoprii un breve altopiano messo a pascolo per il bestiame di un paesino. Parlai con il Sindaco. Lo convinsi a spostare la mandria e a lasciarci utilizzare l'altopiano per le riprese, con la promessa di "restituirlo" com'era quando l'avevo visto. Con l'aiuto dei soldati del genio Spagnolo e una ruspa preparai il terreno per ospitare 8000 tombe, fatte della stessa terra del posto, mista a paglia e segatura. E i tumuli li costruimmo a uno a uno utilizzando una bara vuota come fanno i bambini con le formine sulla spiaggia. La scena l'han vista tutti, Sergio Leone fu entusiasta del nostro "macabro lavoro". »

La sequenza del triello sarà poi destinata a rimanere famosa nella storia del cinema: Sergio Leone sa esaltarla con una fotografia sempre nuova, con primi piani, con dettagli con le riprese degli occhi e con un montaggio sempre più veloce che farà scuola per i futuri grandi cineasti. Ma forse nulla sarebbe stata questa sequenza senza la straordinaria, esaltante e solenne colonna sonora firmata da un grande musicista: Ennio Morricone. George Lucas stesso ha dichiarato di aver preso ispirazione dai primi piani tipicamente leoniani durante le riprese di Star Wars: Episodio III - La vendetta dei Sith, in particolare, nel duello finale tra Anakin Skywalker e Obi-Wan Kenobi. Inoltre questa sequenza ancora oggi viene studiata all'università del cinema di Los Angelesfotogramma per fotogramma, come mirabile esempio di montaggio. In aggiunta a ciò, diverse scene del film sono state utilizzate per uno studio sulle funzioni superiori del cervello umano pubblicato il 12 marzo 2004 sulla prestigiosa rivista Science. Riguardo alle scene finali del film, Leone disse:

« Volevo un cimitero che potesse evocare un antico circo. Non ne esisteva nemmeno uno. Così mi rivolsi al responsabile spagnolo degli effetti pirotecnici che si era occupato della costruzione e della distruzione del ponte. Mi prestò 250 soldati, e questi costruirono il tipo di cimitero di cui avevo bisogno, con diecimila tombe. Quegli uomini lavorarono per due giorni pieni, e fu fatto tutto. Da parte mia non si trattava di un capriccio, l'idea dell'arena era cruciale, con una morbosa strizzatina d'occhio, perché i testimoni di questo spettacolo erano tutti morti. Insistetti perché la musica esprimesse la risata dei cadaveri all'interno delle tombe. I primi tre primi piani degli attori ci presero tutta la giornata: volevo che lo spettatore avesse l'impressione di guardare un balletto. La musica diede un certo lirismo a tutte queste immagini, così la scena divenne una questione di coreografia quanto di suspense»

L'ossessione del regista per i dettagli, aspetto per altro già noto fin dai suoi primissimi lavori, assunse quasi una connotazione leggendaria. Luca Morsella, figlio di Fulvio Morsella, ricordò così un avvenimento:

« Un giorno stavano girando una scena e il direttore di produzione Fernando Cinquini era molto contento perché avevano fatto tutto nei tempi stabiliti. Poi Sergio gli disse: "Non ho fatto il dettaglio dello sperone"; Fernando rispose: "Va beh, non preoccuparti di un'inezia come lo sperone - lo giriamo quando ci pare". Alla fine venne il giorno in cui sul piano di lavorazione del direttore di produzione c'era scritto: "Dettaglio dello sperone", così lui andò da Sergio e disse: "Vogliamo farlo adesso?". E Sergio disse: "Beh, sai che mi servono trecento comparse, diligenze, cavalli, carabine e tutto il resto". Perché, sì, era il dettaglio dello sperone, ma sullo sfondo lui voleva vedere tutta la vita della città, con gente che camminava e cavalli che passavano. Da quel momento in poi diventò una leggenda ricorrente del mondo del cinema. Ogni volta che un regista dice: "Mi manca solo un dettaglio" bisogna assicurarsi che non sia come il dettaglio dello sperone. »